di Narcy
Ieri si è chiuso un capitolo. Il capitolo Pierre.
Piero Ausilio, nativo di Cinisello Balsamo, scioglieva le trecce ai cavalli sin da bambino, sperando che in una di quelle rigogliose foreste pelose vi fosse annidato un terzino.
Giudicare il suo operato non è facile.
Nasce con Moratti, sopravvive con Thohir, impara il mandarino con i cinesi e Sabatini, spiccica un paio di parole con la quercia e l’esimio dottor Catanese (saluti, eminenza), per salutare dopo un mercato marchiato dall’affaire Palestra.
Mettersi a fare il listone dei buoni presi da Pierre vs. gli scarsi presi da Pierre è facile e/o difficile, a seconda del bias pregiudizievole che accompagna il commentatore.
Lavorare sotto un fondo, e lo dico da testimone in vivo, è un autentico limbo.
Tutto è incentrato sulla rentabilità, la vision, la mission e altri inglesismi che ci possiamo risparmiare, dato che siamo comunque il Paese che ha dato i natali a Dante e quindi magari meeting/call la possiamo chiamare RIUNIONE e nessuno (tranne chi deve friggere l’aria) ci rimane male.
Pierre voleva fare gli spaghetti alla Montecristo e Oaktree voleva il brasato con le cipolline.
Alla fine, la differenza sta tutta lì.
Tirando le somme, contano i fatti. Da solo Pierre ha avuto problemi e difficoltà. Supervisionato da Marotta ha avuto intuizioni geniali che ci hanno permesso di vincere tanti trofei e fare due finali di Champions, nonostante il pedigree da straccioni che l’amato Steven Zhang era riuscito ad affibbiarci dopo le turbolente vicende di Suning.
Salutiamoci senza rancore, con stima, affetto, per le belle cose vissute assieme, ma soprattutto con una certezza assolutamente non corroborata da nessuna prova.
Pur con tutti i difetti che aveva, Pierre ci ha sempre tenuto e ci ha sempre messo il 110%.
E questo è doveroso ricordarcelo sempre, per rispettarlo come persona e professionista e, soprattutto, per i grigi tempi in arrivo, fatti di fondi, algoritmi e stagisti a 600 €.
Ciao Pierre.
