Il ventunesimo tricolore.
Il terzo in sei anni.
L’ottavo negli ultimi venti.
Roba che, se me l’avessero raccontata durante la mia funesta adolescenza nerazzurra, non ci avrei mai creduto.
E questo scudetto, più di altri, porta una sola firma: quella di Beppe Marotta.
La scelta migliore fatta da Steven Zhang.
Otto anni di gestione che dicono: 3 Scudetti, 2 Coppe Italia, 3 Supercoppe Italiane, 3 finali europee, di cui 2 di Champions League. Numeri che solo dieci anni fa erano fantascienza.
E se il primo scudetto di Conte nasce dallasua strenua volontà di portarlo su quella panchina, quello del 2025/26 è, secondo me, il più “marottiano” di tutti.
Perché arriva dopo un finale di stagione in cui quasi tutti – tifosi, commentatori, noi compresi – avrebbero rivoluzionato mezza rosa e salutato mezzo spogliatoio (e forse pure Lautaro negli Stati Uniti sotto sotto…).
Il tutto mentre la scelta di Chivu veniva accolta come un ripiego, con il classico misto di delusione e rassegnazione che conosciamo bene.
E invece no.
Marotta ha fatto l’esatto contrario di quello che avremmo fatto noi:
- Ha lavorato sulle riserve, soprattutto davanti (dove fare un upgrade rispetto all’anno scorso non era complicato in verità e su Bonny ci sarebbe da discutere) e comunque non in maniera ottimale.
- Ha preso un titolare in difesa all’ultimo giorno di mercato.
- Non ha stravolto il gruppo, anche perché di offerte vere non ne sono mai arrivate.
- Ha puntato sulla last dance di un ciclo, quello che ci ha tenuti competitivi sempre, su più fronti, per anni.
Aveva ragione lui.
E chi scrive lo ammette senza problemi: io questo scudetto lo vedevo quasi impossibile.
Mi cospargo il capo di cenere ed esulto, ringraziando anche chi in questo gruppo ci credeva ancora, magari più per necessità che per convinzione, con una proprietà che non permetteva acrobazie e, senza il player trading necessario, di rifondare davvero.
Ha vinto anche la scommessa Chivu.
In silenzio. Senza danni.
Ha tenuto botta in un ambiente complicato, in una stagione complicata, in mesi complicati.
Ha gestito bene lo spogliatoio, ha lasciato la squadra esprimersi per quello che già era nelle sue corde (grazie Mario Cecchi) e, qua e là, ha inserito qualcosa di suo.
L’anno prossimo, per lui, sarà probabilmente ancora più difficile. E chi, come me, pensa che da allenatore debba ancora dimostrare qualcosa, spera, sinceramente, di essere di nuovo smentito dai fatti.
Forza FC Interna21onale.
